Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del mese di marzo

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Cold case: Luciano Vendemini, cronaca di una morte annunciata di Massimo Renella (16-segue)
TUTTI CONTRO TUTTI, CERCASI PRIMO DISPERATAMENTE... MA NON TROPPO

I colpi di scena si susseguono anche nei giorni successivi. Viene chiamato a testimoniare il presidente della federazione italiana pallacanestro, prof. Enrico Vinci, che rivolge precise accuse nei confronti del commissario tecnico della Nazionale Giancarlo Primo. In particolare Vinci afferma che Primo lo ha tenuto all’oscuro di tutto, ribadendo che di fatto il commissario tecnico era il padrone assoluto della Nazionale e che il dottor Borghetti, avendo compiti strettamente istituzionali, era in subordine al tecnico. Viene chiesta a seguito di questa testimonianza l’incriminazione del tecnico per omicidio colposo in concorso con gli altri otto imputati. Il p.m. dottor Branca tiene in sospeso questa richiesta in attesa di sentire Primo che è subito convocato come testimone.

 

L’afa è opprimente, da estate inoltrata, e il clima in aula è sempre più teso e surriscaldato. Si assiste ad una battaglia di fuochi incrociati che non risparmia nessuno. La contrapposizione di interessi, è sempre più evidente, non è tanto fra imputati e giudici quanto fra tutte le parti in causa. Ogni imputato è contro tutti e persino qualche testimone sembra preoccupato soltanto di non incorrere in ulteriori complicazioni. Il giudice de Castro è sottoposto ad un compito arduo, le polemiche sono speciose e tutte finalizzate ad alzare il più possibile un polverone che copra ciò che la verità processuale sta comunque facendo emergere e cioè le evidenti responsabilità del Coni e della Federazione sulla morte di Luciano Vendemini.

 

Di ben altro tono, rispetto a tutte le altre, è la testimonianze composta e commossa della vedova Vendemini. Laura è una giovane studentessa, all’apparenza fragile, minuta nell’aspetto, per nulla appariscente, ma determinata a raccontare lucidamente ai giudici tutto ciò che era di sua conoscenza. In particolare Laura ribadisce che il marito non sapeva nulla della malattia e, smentendo Milardi, racconta che il 16 giugno del 1976 Luciano fu convocato nella casa romana del presidente, dove gli venne comunicata la decisione della società di cederlo al miglior offerente. Una testimonianza, questa, che incastra definitivamente Milardi, il quale in quella data sapeva bene di non poter più disporre di un giocatore sano, secondo prove testimoniali concordanti tanto con la versione del dottor Giuliano che con quella del prof. Sangiorgi, i quali avevano detto a chiare lettere al dirigente reatino di bloccare ogni attività del giocatore.

 

Il processo prosegue con tutta una serie di incontri e scontri, tutti imbarazzati e imbarazzanti tra i vari testimoni. Tra questi Miliardi evita ogni contatto con i dirigenti della Chinamartini dopo aver affermato che essi sapevano benissimo che Vendemini poteva diventare cieco da un momento all’altro. A questo proposito replica stizzito Di Stefano, dirigente della squadra torinese: “ Pensate veramente che avremmo sborsato 200 milioni se solo avessimo avuto un dubbio. Vendemini era considerato dopo le sue prestazioni in Nazionale uno dei migliori giocatori italiani e chiedemmo consigli a molti prima di fare questo grosso sforzo economico. Fu proprio Giancarlo Primo a consigliare me, personalmente, di prendere Vendemini, tessendomi le lodi del giocatore”.  E a proposito di Primo, incredibile ma vero, continuano ad andare a vuoto tutti i tentativi di acquisizione di una sua testimonianza. Il tecnico, che pure rilascia interviste, risulta ufficialmente irreperibile, essendosi trasferito dalla sua abitazione romana a Livorno, dove allena la squadra locale.

 

La tensione continua nei giorni successivi ad essere sempre alta. Scoppia in aula un violento scontro verbale durante l’interrogatorio del perito d’ufficio, il professor Walter Morgagni, che conferma tutti i punti controversi della sua relazione, che i difensori di Venerando e Giuliano tentano vanamente di smontare. Alle contestazioni il dottor Morgagni ribatte: “Vendemini doveva e non soltanto poteva essere fermato. Fin dal 1974. Secondo una pubblicazione di più autori, fra cui lo stesso Venerando, non già la sindrome di Marfan ma soltanto il doppio soffio cardiaco è condizione ostativa di ogni pratica sportiva”.

 

La fase dibattimentale del processo va concludendosi. Le deposizioni continuano ad essere il più delle volte contrastanti e l’escussione degli ultimi testi conferma la contrapposizione tra l’Istituto di medicina sportiva e l’Ufficio di preparazione olimpica del Coni. Il dottor Caselli depone a favore di Venerando  ma gli vengono contestate due diverse deposizioni sullo stesso fatto. La signora Cera, ex impiegata del Coni, spiega il funzionamento del settore sanitario dell’Ufficio preparazione olimpica e il ruolo di supervisore volontario svolto dal professor Tuccimei. Viene inoltre citato il segretario della Federnuoto, Vittorioso, che nel 1976 era responsabile della spedizione italiana olimpica a Montreal. Continua intanto ad essere irreperibile Giancarlo Primo.

 

Il processo si chiude, proprio, con l’escussione dell’ultimo teste, Vincenzo Vittorioso che spiega i compiti del suo ufficio e in particolare quelli dell’imputato Tuccimei, chiamato nelle sue funzioni ad inviare alle federazioni le schede che gli pervenivano dall’Istituto di medicina sportiva, una mera formalità a dire dello stesso Vittorioso, che aggiunge: “Successivamente, quando la federazione, ricevute le schede mediche e fatte le proprie valutazioni tecniche, mandava a noi la propria lista di atleti, il nostro compito era nuovamente formale. Passavamo l’incartamento alla Giunta esecutiva del Coni ed era infine il Consiglio Nazionale, che comprende tutti i presidenti delle federazioni, ad approvare la lista dei nominativi degli atleti da mandare alle Olimpiadi”. Una dichiarazione, questa, decisamente favorevole alla parte civile, che ovviamente tendeva a coinvolger il Coni come ente e non i singoli individui nel risarcimento del danno materiale. Si arriva dunque alle arringhe degli avvocati di parte civile che tutti cercano di mettere in rilievo le discrepanze tra la perizia post mortem e le diagnosi ottimistiche effettuate nel periodo antecedente alla morte, individuando le responsabilità di tutti gli imputati, secondo diverse gradazioni di responsabilità, tanto più elevate quanto più gli incarichi erano prestigiosi. Tocca infine al p.m. dottor Branca chiudere il processo avanzando le sue richieste di pena.

 
 
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