Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del mese di marzo

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Cold case: Luciano Vendemini, cronaca di una morte annunciata di Massimo Renella (9-segue)
TRA VERITÀ E MENZOGNE: LA SINDROME DI MARFAN

Ogni giorno che passa si scopre un triste pezzetto di verità che mette in rilievo le tante contraddizioni del caso. A soli tre giorni dalla morte di Vendemini entra in scena il professor Salvatore Condorelli, figlio di un cardiologo di chiara fama, Luigi Condorelli, e docente di Fisiologia all’Università di Roma, il quale dichiara di aver sottoposto Luciano Vendemini, insieme al collega Professor Gaetano Giuliano, in data 13 maggio 1976, agli esami clinici di cardio-angiografia, presso la clinica privata “Villa Bianca” di Roma. Mercoledì 23 febbraio sul Corriere della Sera è il giornalista Franco Melli a raccogliere in un’intervista le dichiarazioni del Professor Condorelli: “Non si può dire che io abbia mai visitato il povero Vendemini. È esatto invece affermare che venne da me, qui a Villa Bianca, inviato dal medico curante (n.rd.r.: Professor Mario Sangiorgi, docente di Patologia all’Università di Roma e collega dello stesso Condorelli) per effettuare degli esami e cioè un cateterismo cardiaco prima dell’Olimpiade di Montreal. Era all’incirca la metà di maggio dello scorso anno. Rammento benissimo che si trattò per noi di uno studio d’équipe. L’esame fu condotto dal professor Gaetano Giuliano e da un paio d’altri colleghi. Durò all’incirca due ore. Durante queste due ore, parlammo a lungo con Vendemini e mi parve di capire che fosse perfettamente a conoscenza del suo male. Da tempo non stava bene, ma più d’impressionarsi per il suo stato di salute era psicologicamente atterrito dalla prospettiva di non poter partecipare all’Olimpiade. Mi parve pure d’apprendere che non fosse capace d’altro che di giocare a basket; Diversamente si sarebbe sentito un uomo inutile e non avrebbe potuto sopportare simile menomazione. Insomma dai suoi discorsi ebbi netta la percezione che non gli importasse tanto di salvaguardare la propria vita quanto di poter proseguire nella sua unica, insostituibile passione, L’ostacolo maggiore che gli si frapponeva davanti, e che doveva saltare ad ogni costo, erano le Olimpiadi di Montreal, non già tutto il resto”. “È vero che gli sconsigliò di continuare l’attività?”. “Non è assolutamente vero, perché non potevo. Io e i colleghi dovevamo soltanto fornire dati e risposte al medico curante e in questo senso ci regolammo. Chiaro che durante i complessi esami lo ascoltavamo con molta attenzione e valutavamo le sue reazioni, il suo stato d’animo,. Non ci sembrò sconvolto, ma perfettamente consapevole di quanto rischiava”. “In che cosa consistettero gli esami?”- Si trattava di preparare chirurgicamente le arterie e le vene con cateteri che arrivassero al cuore e all’aorta, con misurazioni di pressione e altri rilievi emodinamici. In sostanza non si trattava e non si tratta d’un consulto che può richiedere il paziente, bensì d’un consulto che può sollecitare il suo medico curante. Ritengo che il male dovesse essere congenito e apprendemmo che, oltre a cardioangiografie, si erano resi necessari degli esami oculistici, perché la disfunzione finiva per interessare anche la vista”. “Si poteva scongiurare la morte di Vendemini?”. Non posso rispondere, né sono in grado di farlo, Un altro professore ha seguito il caso nella sua interezza, ma non ritengo di doverne rivelare il nome e il cognome … Voglio solo ribadire che io partecipai ad un lavoro d’équipe, per cui posso solo riportare sensazioni ormai sbiadite e impressioni frammentarie. Stranamente, pare incredibile, Vendemini mi sembrò un gigante tranquillo. Forse, avrebbe perso quella tranquillità se gli avessero proibito il gioco in cui eccelleva. Ma potendo continuare anche così, riusciva a contenersi, a non smarrirsi”. Il troppo amore per il suo sport lo ha condotto alla morte, sembra suggerire Condorelli. Responsabile unico della propria morte è quindi, a suo dire, lo stesso Vendemini, consapevole della gravità del suo stato ma allo stesso tempo incapace di pensarsi fuori da quella attività sportiva che lo aveva emancipato e fatto diventare un campione. Un’ipotesi questa, pertanto, che assolve in primo luogo Coni e Federazione ma più in generale tutti quei fior di professori che conoscevano la precarietà dello stato di salute dell’atleta. È lo stesso Condorelli a rafforzare questo impianto assolutorio, quando in un’altra intervista concessa alla Stampa in risposta alla domanda “la vita di Vendemini era davvero in imminente pericolo?” dichiara: “Il pericolo c’è sempre stato sin dalla nascita. Dirò di più: l’attività sportiva potrebbe anche non aver inciso sulla morte dell’atleta che probabilmente sarebbe deceduto ugualmente in età giovane. Posso rivelare soltanto di aver notato una malformazione complessa che interessava anche la vista e altri organi”. Proprio così, “una malformazione complessa”, una sindrome molto ampia e diversificata nei suoi sintomi, che nel 1976 è ben diagnosticabile da quasi un secolo se si è a conoscenza del quadro clinico del paziente che ne è affetto. Una sindrome che ha un nome che né Venerando né Condorelli osano pronunciare, ma che non possono non conoscere: “sindrome di Marfan”.

 

Antoine Marfan, pediatra e professore alla Sorbona, fu il primo, alla fine dell’ottocento, a definire questa patologia genetica. Una malattia che interessa gli organi che contengono tessuto connettivo come il sistema scheletrico, gli occhi, il cuore e i vasi sanguigni, i polmoni e le membrane fibrose che ricoprono il cervello e la colonna vertebrale. In Luciano Vendemini lo spettro delle manifestazioni di questa malattia erano evidenti in quasi tutte le sue forme: La miopia molto forte, la deformità della gabbia toracica, la lunghezza molto sproporzionata rispetto al corpo degli arti superiori e inferiori, la lunghezza esagerata delle dita (aracnodattilia), la patologia aortica erano tutti sintomi ben manifesti che non potevano di certo essere ignoti a chiunque avesse una sufficiente cultura medica. Al giorno d’oggi l’aspettativa di vita dei soggetti affetti da questa malattia è sostanzialmente in linea con quella di tutto il resto della popolazione, potendo, quasi ordinariamente, intervenire chirurgicamente sulla dilatazione progressiva dell’aorta. E se è vero che in epoche precedenti alla morte di Vendemini  l’aspettativa di vita media di un paziente affetto dalla sindrome di Marfan era di 45 anni per gli uomini e di 49 per le donne, è altrettanto vero che nel 1977 questo intervento chirurgico che avrebbe potuto salvare la vita di Luciano era già praticato in più centri ospedalieri. Ci si chiese allora sin da subito se Vendemini fosse consapevole con precisione della natura della sua malattia. Sapeva di essere affetto dalla sindrome di Marfan? Una domanda scomoda ma decisiva nella comprensione delle ragioni e delle responsabilità legate alla morte di un uomo di venticinque anni.

Massimo Renella

(8-segue)

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