Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del mese di marzo

Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del mese di marzo
Nel nome del Jordan di Pietro Colnago
Marco Giordani è il figlio del grande Aldo, l’uomo che ha inventato non solo Superbasket ma anche una maniera nuova di parlare di pallacanestro. Ricordi e considerazioni sulla vita del grande maestro

Pietro Colnago con Marco Giordani. Fonte Foto Archivio J and J

Sulla parete del suo studio di amministratore delegato di RTI, al settimo piano del numero 48 di viale Europa a Cologno Monzese, il regno di Mediaset, è appesa una copia digitale di un’opera esposta al Metropolitan Museum di New York. Ci sono raffigurate varie riviste italiane di un’epoca “antica” e tra queste c’è anche una copertina di Superbasket. «Ero a New York, in vacanza con la famiglia - racconta Marco Giordani, 54 anni non ancora compiuti ma portati splendidamente - e sono andato a visitare il museo. Quando l’ho vista ho avuto un sussulto, ed ho pensato tra me e me che sarebbe stato bello averla su una parete di casa mia. Tornato in Italia mi sono informato per acquistarla ma onestamente il prezzo non trattabile era davvero alto, poi però facendo ricerche attraverso internet sono venuto a conoscenza di questa copia digitale, che era molto più abbordabile, ed ora eccola lì, sulla parete di questa stanza. Tutte le volte che la guardo sento ancora qualcosa di speciale dentro di me».

MARCO E' IL FIGLIO di Aldo Giordani, il Grande Maestro dei giornalisti italiani di basket, l’uomo che ha inventato Superbasket, ma non solo quello. L’uomo che ha inventato una maniera nuova di parlare di pallacanestro, che ha combattuto tutta la vita per dare allo sport che più amava una considerazione diversa da quella che aveva, che è riuscito nell’impresa di far conoscere il mondo della palla a spicchi anche a chi all’epoca non sapeva nemmeno cosa fosse. «Sono orgoglioso di essere suo figlio, tutti noi della famiglia lo siamo, perché papà è stato un vero e proprio pioniere - comincia a raccontare Marco - pensa che ancora oggi noi per la gente rimaniamo "i figli di Aldo", nonostante siamo tutti ormai grandi, e qualcosa nelle nostre vite abbiamo fatto...». Marco con la pallacanestro e poi con il suo lavoro di manager, la figlia maggiore Claudia con un paio di sci ai piedi sulle piste di tutto il mondo, ma il carisma e la fama del grande Jordan, come veniva soprannominato nell’ambiente, è andata sempre oltre queste barriere. «Nella mia famiglia abbiamo sempre mangiato pane e sport (anche la mamma, Francesca Cipriani, è stata una buona giocatrice di serie A, per due volte campionessa d’Italia e con 27 presenze in nazionale, ndr) e ovviamente la pallacanestro ha sempre avuto una parte importante nella vita di noi tutti. Per me non si è trattato di una scelta, ma dell’evoluzione naturale delle cose, ho preso in mano una palla da basket quando ancora non camminavo, ma non c’è mai stata costrizione dai parte dei miei genitori. Per papà il basket, anzi la pallacanestro, è sempre stata al centro dei suoi interessi lavorativi, ma quando era in famiglia del suo lavoro non voleva mai parlare. A lui interessava la crescita dei figli e il fatto che andassero avanti negli studi, a lui e alla mamma premeva che noi crescessimo nella maniera giusta, coi valori che ci avevano insegnato e che anche oggi rimangono nelle nostre famiglie come capisaldi fondamentali».

MA COME NASCE Superbasket? Come riesce, Aldo Giordani, a sviluppare un’idea così innovativa? «Papà lavorava per il Guerino, la rivista sportiva italiana per eccellenza, all’interno della quale faceva da solo una rubrica sulla pallacanestro. Credo che il progetto sia nato proprio da lì, e dalla contemporanea esigenza di avere qualcosa di più corposo e specifico». A crederci è il gruppo editoriale Rusconi. «Ma nella sostanza il suo lavoro non cambiava - continua a ricordare Marco - perché gli uffici erano sempre gli stessi, così come gli stessi erano i collaboratori. Forse sono stati i ritmi di lavoro che si sono modificati, visto che tempo per rilassarsi ce n’era davvero poco. La sua grande qualità era l’entusiasmo con il quale lavorava, un entusiasmo che contagiava chi gli stava intorno, noi compresi. Pensa che prima di far uscire il primo numero, per dare pubblicità all’evento, face stampare dei volantini che poi consegnò a noi giovani giocatori della Pallacanestro Milano perché andassimo in giro per i palazzetti dove si giocava il campionato per distribuirli. Io presi il treno e in due domeniche mi feci prima Roma e poi Siena. La più grande dote di mio padre è sempre stata quella di rendere semplici anche le cose più complicate: nessuno all’inizio si sarebbe immaginato che una simile iniziativa sarebbe poi diventata qualcosa di così importante, ma sono sicuro che lui dentro di sé aveva già fatto un programma e già vedeva avanti di qualche decennio».

GIA', UN PRECURSORE, un pioniere che per mentalità e conoscenza della materia era avanti anni luce rispetto a tutti gli altri. «Mi manca, manca a tutti noi, soprattutto per il suo stile di vita, che riempiva la casa. Ce ne siamo accorti quando lui non c’è stato più. Svegliarsi tutte le mattine col ticchettio della macchina da scrivere che lui metteva già in moto dall’alba, gli amici che frequentavano casa nostra e che avevano tutti la stessa matrice cestistica, i pezzi dettati al telefono con uno spelling dei nomi americani tutto suo. Sono tutti particolari che mi hanno accompagnato nella mia giovinezza: quella rivista all’epoca era davvero rivoluzionaria per contenuti e per struttura. Pensate per esempio ai famosi “pallini”, il marchio di fabbrica di Superbasket fin dall’inizio: oggi i tweet e gli sms hanno lo stesso significato. Con 140 caratteri cerchi di mandare un messaggio. Ecco, Superbasket era pieno di questi messaggi, che colpivano il lettore e lo facevano pensare». Aldo Giordani come guida, una specie di guru dell’informazione cestistica, una fonte alla quale si sono abbeverati centinaia di allievi che poi hanno preso la loro strada nel mondo della comunicazione. «Tutto avveniva in maniera semplice e naturale, coi ragazzi di allora che oggi sono professionisti affermati. Papà, non c’è dubbio, è stato una nave scuola, da lui sono partiti input che col tempo sono diventati dogma e regole fisse. Poi ognuno di quelli che hanno lavorato con lui ha sviluppato caratteristiche diverse».

IL MOTIVO è molto semplice: caratteristiche diverse perché nessuno avrebbe potuto essere uguale a lui, unico per la maniera di pensare e per lo spessore professionale. «La storia di Superbasket va di pari passo con la storia della pallacanestro, che lui ha contribuito, non solo con la rivista ma anche con le sue telecronache, a far diventare sport di interesse nazionale - continua a ricordare Marco - non credo che abbia mai avuto un solo dubbio sulla bontà del suo lavoro. Ci sono stati momenti, quelli si, in cui la serenità lasciava lo spazio alla sofferenza, come il periodo in cui alla Rai, per scelte non dipendenti da lui, non gli fecero più fare telecronache. Si vedeva, noi lo vedevamo che soffriva, ma il suo entusiasmo non è mai venuto meno perché la sua creatura stava crescendo e aveva sempre più successo». Mettere in piedi una rivista, anche se allora poteva sembrare più facile che oggi, rappresentava qualcosa di impegnativo. «Lui era il direttore, certo, ma anche un incredibile uomo di marketing, uno che aveva mille iniziative ed idee al giorno, e che poi attuava senza alcun problema. Per far vivere una rivista, allora, occorrevano tanti soldi, e l’idea per esempio di sponsorizzare i tabellini di ogni incontro di serie A è stata fondamentale per raccogliere le risorse necessarie per farla crescere e svilupparsi nella giusta maniera. La sua era una comunicazione diversa, fatta di pallini ma anche di pezzi più profondi e commenti sempre senza costrizioni. Se per lui una cosa nella pallacanestro non funzionava, non aveva alcuna remora o paura di denunciarla. E credo che abbia alla fine sempre avuto ragione lui».

ALDO GIORDANI QUINDI non è solo il papà del primo settimanale di basket, ma il capostipite della figura del giornalista moderno, oltre che genitore sempre attento al futuro dei figli. «L’animo sportivo della famiglia era equamente diviso tra papà e mamma, per entrambi la cosa più importante era la serenità di noi figli. Io ho fatto per qualche anno il giocatore e i consigli di papà sono sempre stati puntuali. Mi ricordo che sono state davvero poche le partite giocate da me che non abbiano incontrato qualche sua critica, ma è anche vero che per lui la pallacanestro arrivava sempre dopo la scuola. C’è stato un periodo, avevo 19 anni, che per me il basket rappresentava davvero qualcosa di importante, avrei avuto l’occasione di andare in una squadra di serie A vicino a Milano, ma papà mi disse no, perché avrei tolto tempo allo studio. Allora gli chiesi come facevo a rifiutare dopo che già avevo parlato coi dirigenti e lui mi rispose: "Semplice: chiedi il doppio di quello che ti offrono”. I principi di vita in famiglia sono sempre stati fondamentali e da quelli nessuno di noi ha mai derogato. Un altro esempio: papà mi ha sempre spinto a scrivere ed io ci ho provato. Ricordo le giornate con nelle mani l’NBA Bullettin, le traduzioni e la stesura di articoli sul basket americano. Era la maniera per me di guadagnarmi la paghetta settimanale».

UNA PRESENZA, quella di papà Aldo, sempre positiva, mai ingombrante. «Mio padre era conosciuto da tutti, ma non si è mai comportato come un personaggio pubblico. Con il passare degli anni c’era gente che per esempio si ricordava più di mio padre che di mia sorella, che nello sci qualcosa di importante l'ha fatta. Nel 2000, quando feci il colloquio di assunzione a Mediaset con il dottor Confalonieri, la prima cosa che mi chiese era se fossi il figlio di Aldo. Questo significa soprattutto che il suo percorso professionale ha lasciato un segno indelebile e che il suo modo di intendere la rivista ha superato i limiti temporali. Mi ricordo il suo ultimo articolo, poco prima che la malattia lo colpisse e ce lo portasse via in maniera rapida: era uscita la notizia di Magic Johnson che aveva dichiarato di avere l’HIV e lui scrisse, senza mezze parole, che forse tutto questo non era vero. Mio padre è sempre stato così: chiaro e preciso, in qualsiasi circostanza».

SCOMPARSO IL JORDAN è finita un’epoca e anche la sua creatura, dopo qualche anno, ha dovuto fare i conti con una realtà diversa, che l’ha portata alla fine a cadere nel dimenticatoio. «Inutile negare che la cosa ci ha fatto male, ecco perché la sua rinascita mi fa davvero tanto piacere. Siamo stati tristi per la sua scomparsa e speriamo ora che il basket e Superbasket si diano una mano reciproca per ritrovare spazi e considerazione che con gli anni hanno perso. Certo, ora la realtà è cambiata, il cartaceo deve essere surrogato da strumenti più moderni che si rivolgono alla condivisione. Una volta noi tutti vivevamo per il martedì, quando la rivista usciva nelle edicole, oggi dalle edicole nessuno ci passa più perché l’informazione globale è molto più comoda e accessibile. Ma avere tra le mani qualcosa da sfogliare, magari con cui accompagnarsi tutta la settimana, l’odore della carta e dell’inchiostro, è qualcosa che non può essere considerato antico, se accanto ha correlazioni strette con l’informazione digitale. Voglio dire che la rivista cartacea da sola non si muove ma se a questa sono legate iniziative multimediali, ecco che la rivista acquista un suo valore particolare. Le grandi firme, le grandi inchieste e il fare opinione sta alla base di questo concetto e sono contento che Superbasket sia tornato. Se poi, oggi come ai tempi di papà, il tentativo di coinvolgere i lettori in prima persona perché possano essere giornalisti di loro stessi ha successo, credo che il futuro possa tornare ad essere sereno». Marco ha chiuso l’album dei ricordi, uno sguardo ancora una volta alla copertina di Superbasket appesa alla parete e un sorriso rivolto a papà Aldo, l’uomo che nel 1978 ebbe la grande idea di inventare Superbasket.

Pietro Colnago

L'articolo che hai letto è tratto dal mensile Superbasket # 9 dell'aprile 2015

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