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Pick & roll, come ha cambiato gioco e giocatori di Gianmarco Pozzecco
Se giocato bene e con i giocatori giusti è un sistema difficilmente marcabile. Per questo oggi il ruolo del playmaker è cambiato. Ci vogliono elementi che sappiano leggere ed anticipare le situazioni

Da quando ho cominciato a giocare, ed anche da quando ho smesso di giocare, il basket ha compiuto-subito notevoli cambiamenti. Quello più evidente e quello a cui tutti pensano è l'uso che oggi si fa del pick & roll. Una volta tutte le squadre avevano due lunghi in quintetto che, al massimo, potevano tirare da tre-quattro metri. Poi, soprattutto grazie ad un uso maggiore del tiro da tre punti, è salito alla ribalta l'uso di un nuovo tipo di giocatore, vale a dire lo stretch forward, vale a dire l'ala che tira da fuori, soprattutto da tre punti. Le prime squadre ad utilizzare questo sistema sono state quelle allenate da Mike D'Antoni: Milano, ma soprattutto la Treviso che in campo schierava un fenomeno di playmaker come Tyus Edney, un giocatore dall'intelligenza cestistica geniale e dominante in campo come Riccardo Pittis, ma soprattutto due giocatori nel ruolo di ala come Marcelo Nicola e Jorge Garbajosa accanto al centro Denis Marconato. Come giocava questa squadra? Giocava bene, apriva il campo e giocarle contro era veramente un rebus, soprattutto quando utilizzava Nicola da 4 e Garbajosa da 5, due giocatori che tiravano benissimo da tre punti. In un gioco come questo che utilizzava il pick & roll e apriva il campo per lunghi che tiravano molto bene da tre, inevitabilmente il ruolo del playmaker ha subito una chiara variazione, cosa che era già iniziata diversi anni prima. Oggi si dice che tutti giocano il pick & roll e che se ne abusa, ma il termine abusare, inteso come accezione negativa, è sbagliato: non si può abusare di qualcosa che ti procura indubbiamente e sicuramente un vantaggio.
La grande differenza è che oggi contro questo tipo di gioco, molto più difficile da affrontare rispetto alle doppie uscite, al gioco in post basso o all'1 contro 1, la difesa deve obbligatoriamente compiere un adeguamento difensivo nei confronti del piccolo che lo gioca. Una volta gli allenatori contro il pick & roll ti davano delle indicazioni chiare, delle regole: se succede A fai B, se succede C fai D, se succede X fai Y. Tu eri a posto perché queste regole funzionavano. Oggi invece è talmente varia la scelta dei pick & roll che puoi giocare che diventa indispensabile ed imprescindibile avere un playmaker che, sia in attacco che in difesa, sappia leggere la situazione che si viene a creare in campo. I difensori devono obbligatoriamente avere una predisposizione totale ad aiutare e poi a tornare sul proprio uomo, gli attaccanti invece devono sempre saper leggere le situazioni: cosa sta succedendo e spesso anche cosa succederà.
Oggi se vuoi vincere o avere successo devi prendere quei giocatori che hanno conoscenza del gioco e che sanno capire le situazioni. Oggi i playmaker più bravi e più dominanti sono quelli che sanno giocare pick & roll. Ha ragione Andrea Trinchieri, coach del Bamberg, quando dice che si gioca il pick & roll per prendere un vantaggio sull'avversario e per cercare di trarne il miglior risultato possibile. Prediamo ad esempio Aaron Jackson, guardia del CSKA. 20 anni fa avrebbe giocato al massimo in A2. Oggi invece è un elemento chiave di una delle squadre migliori d'Europa. Perché? Perché capisce quello che succede in campo, anticipa e vede i movimenti, in attacco e in difesa. Se giocasse oggi Andrea Meneghin sarebbe dieci piste sugli altri il miglior giocatore d'Europa, perché era un genio nelle letture difensive, un fenomeno in quelle offensive, ed un clamoroso giocatore di squadra. Quando ero alla Fortitudo e giocavo il pick & roll con Tomas Van der Spiegel e Matjaz Smodis, eravamo immarcabili: potevamo sbagliare un tiro o perdere palla o fare una boiata, ma non ci potevano fermare.
Quali sono stati i playmaker che hanno dominato in Europa – e alcuni lo stanno facendo ancora – in questi anni? Fenomeni come Jasikevicius, Spanoulis, Diamantidis, Papaloukas ed oggi Milos Teodosic. Cos'hanno in comunque queste superstar? La capacità di vedere prima cosa succede in campo, in attacco e in difesa. Che non può assolutamente mancare ai playmaker-guardie di oggi. Che anche se segnano sempre, o hanno il 60% da tre, ma sono carenti nell'aspetto letture-comprensione del gioco, non dico siano inutili, ma quasi.
Ed allora cosa si deduce da tutto questo discorso? Due cose principalmente. Che Aldo Ossola, playmaker della Varese degli anni '70, e Mike D'Antoni, playmaker della Milano anni '80, due geni del basket, nel gioco di oggi dominerebbero ancora dall'alto della loro tecnica e della loro intelligenza. E poi un'altra cosa. Che se io giocassi oggi, sarei una stella NBA e non firmerei a meno di 15 milioni all'anno, cioè cinque in più rispetto a quelli che prende Matthew Dellavedova, che ne guadagna 10 a stagione. Oh, 10 milioni di dollari a Dellavedova, ma vi rendete conto? Io ne dovrei prendere almeno cinque in più!

Gianmarco Pozzecco

* L'articolo che hai letto è tratto dal mensile Superbasket # 31 dell'aprile-maggio 2017

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