Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del mese di marzo

Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del mese di marzo
Across the border di Andrea Turchetto (Cina, 2-segue)

In inglese si chiama “facility” e il termine serve a descrivere quelle strutture costruite con uno scopo specifico. Inserendo questo termine in un contesto sportivo, si può tradurre in italiano come “centro di allenamento” e quello del mio nuovo Club (Foshan Long Lions) è una struttura che, in prima persona, mai mi è capitato di vedere.

Vista da fuori è un cubo di cemento molto spartano e leggermente cupo che tutto sembra fuorchè la sede di una squadra di pallacanestro. La costruzione è estremamente “razionale” e funzionale: pochi fronzoli ma c’è tutto quello che serve…e anche di più.

Al piano interrato c’è la cucina con la mensa che garantisce 3 pasti al giorno.

Al piano terra ci sono 2 campi da pallacanestro regolari messi uno di seguito all’altro e divisi da una tenda grigia: per ogni campo ci sono una decina di condizionatori che consentono di allenarsi tranquillamente senza soffrire il clima, veramente torrido, che c’è all’esterno. Uscendo dal campo, verso il centro del palazzo, c’è una sala riunioni, un bagno e uno spogliatoio con al centro 2 vasche idromassaggio da 4 persone ciascuna.

Al 1° piano ci sono tutti gli uffici amministrativi del club e due sale riunioni che di solito sono utilizzate dai dipendenti: tra segreteria, marketing e varie se ne contano una quindicina.

Al 2° piano ci sono le camere degli atleti e una sala massaggi/terapie aperta 24 ore su 24 e sempre a disposizione dei giocatori e dello staff.

Al 3° piano ci sono le camere degli allenatori e dei giocatori più “anziani”, una sala riunioni molto grande con video-proiettore e un’altra sala in cui è stato posizionato un biliardo e dei tavolini per giocare a carte. Ogni piano ha la sua lavanderia con una decina di lavatrici a disposizione degli ospiti della struttura.

Le camere sono estremamente spaziose e pulite: c’è il parquet a terra e tutto è rivestito in legno; c’è un frigorifero, l’aria condizionata, una tv con schermo ultrapiatto e una linea wifi ad uso esclusivo di ogni camera.

Di fatto è come vivere in albergo e, dal mio punto di vista, è di una comodità assolutamente unica.

Ci dovrò passare un anno e la situazione nel complesso è molto rassicurante: è bastato il primo impatto per fugare tutte le preoccupazioni che, prima di partire, avevo in merito al posto in cui sarei andato. Una stagione è molto lunga ed impegnativa e la qualità del posto in cui, materialmente, si vive è di fondamentale importanza.

Girando per la struttura che ci ospita è davvero strano vedere quante persone siano coinvolte nel portare avanti quello che, più che un Club di pallacanestro, sembra una vera e propria azienda. L’organizzazione è tutto sommato efficiente e tutti danno il massimo per non farti mancare nulla.

All’interno del Club ci sono tre “categorie” di dipendenti: mi rendo conto che forse non è molto politically correct definirle usando questa terminologia ma credo sia il modo più funzionale per raccontarvi in maniera sintetica ed efficace che tipo di lavoro ci sia per fare in modo che squadra e staff tecnico riescano a convogliare il più possibile le proprie energie nell’ambito sportivo.

Aggiungo inoltre che la forma mentis riscontrata nei cinesi con cui sono entrato da subito in contatto ha una connotazione assolutamente gerarchica e quindi le differenze di “livello”, di “categoria” sono mantenute ed evidenziate con una forma di autoritario orgoglio che raramente appare nella nostra cultura in maniera così manifesta ed ostentata.

Col passare del tempo imparerò, a volte anche a mie spese, come questo modo di interpretare la vita quotidiana e, parimenti, quella lavorativa non sia il migliore per raggiungere efficacemente risultati che, dal nostro punto di vista, sarebbero assolutamente naturali ed auspicabili. L’ordine gerarchico crea una rigida e vuota catena di comando che toglie iniziativa, autonomia, senso di responsabilità e quel minimo di buon senso che sarebbero necessari affinchè una consegna, una volta data, non debba essere necessariamente ripetuta ogni giorno per poterla vedere eseguita con la continuità prevista.

La prima categoria è composta dallo staff tecnico e dalla squadra.

La seconda è rappresentata dagli impiegati negli uffici: addetti stampa, segretarie, addetti alla contabilità, addetti al marketing e affini.

La terza categoria invece è quella che sicuramente merita maggior attenzione: è rappresentata da tutte quelle persone “tirano avanti la baracca”! Gli addetti alle pulizie, alla manutenzione, alla cucina, alla portineria. Per capire chi siano queste persone bisogna, per un attimo, uscire dai nostri binari ordinari perché…si tratta di intere famiglie che all’interno del nostro “albergo” si occupano di determinate mansioni.

Il loro posto di lavoro è anche la loro casa: nella struttura che io utilizzo con la stessa comodità e freddezza con cui utilizzerei un comune albergo, loro passano le loro giornate lavorando e crescendo i loro figli. E’ comune in Cina che i dipendenti vivano nello stesso posto in cui lavorano ma, per me “occidentale medio”, è veramente una cosa strana da avere sotto gli occhi. La loro disponibilità è pari alla loro serenità: immensa. Sembra che il loro lavoro si fonda con la loro vita senza soluzione di continuità, in questo ciclo che quotidianamente si ripete e che li fa sembrare, ai miei occhi, “alienati” dal mondo in attesa di un qualche comando.

Sono persone che ti guardano con gratitudine quando, in realtà, dovremmo essere noi a ringraziare loro. Persone premurose che ti riparano la finestra o la doccia mentre sei ad allenamento in modo da recare il minimo disturbo, neanche fossero invisibili. Persone discrete che aspettano che la palestra sia completamente vuota per far giocare i loro figli negli spazi che, di giorno, sono dedicati ai giocatori.

E’ guardando loro che, per la prima volta, ho capito quanto poco indicative siano 14 ore di volo e 6 di fuso orario per rappresentare la distanza tra il mondo in cui sono cresciuto e quello in cui stavo vivendo.

Andrea Turchetto

(2-segue)

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