Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del mese di marzo

Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del mese di marzo
'L'invasione dei soldati semplici: the NBA gets international' di Giovanni Costa
Numeri da record per gli atleti non-USA a questi playoffs. Sempre più in cerca di gregari affidabili, senza dimenticare le grandi stelle.

62 giocatori su 240, oltre uno su quattro, provenienti da ben 33 paesi diversi.
È questo il dato straordinario dei non-americani ai playoffs: numeri che non si erano mai visti nella lega (anche se nel 2007 ci si era avvicinati, con 60), e che se ancora ce ne fosse bisogno confermano una realtà già nota a chi segue il campionato più bello del mondo, ovvero che lo sguardo dei GM e degli allenatori viene rivolto sempre più al di fuori dei confini statunitensi, alla ricerca di ciò che non si trova tra i prodotti dei college USA.

Ma se già si sapeva, cosa c’è di nuovo? Perché sarebbero così sorprendenti i numeri riportati? Ebbene, posta così la questione non è di grande importanza, e infatti non bisogna  fermarsi al dato statistico, di per sé poco rilevante, ma cercare viceversa di vedere chi siano, per la maggior parte, questi “infiltrati” nel basket a stelle e strisce, molti dei quali all loro prima apparizione in post season. Perché – come detto poco sopra – mettere sotto contratto giocatori provenienti da realtà diverse rispetto a quelle collegiali non è un vezzo, una moda o una fissazione degli ultimi anni, ma una scelta precisa che risponde ad esigenze alle quali i giovani, giovanissimi atleti americani evidentemente non sono in grado di fornire risposte adeguate.
Se si compie un raffronto con l’NBA di una quindicina di anni fa, che già iniziava ad inglobare diversi giocatori provenienti da fuori, la differenza tangibile non sta nel coinvolgimento delle superstar straniere, presenti oggi come allora, bensì dei cosiddetti ‘soldati semplici’. Certo, Antetokounmpo alla guida dei Bucks o Gobert a spadroneggiare nell’area dei sorprendenti Utah Jazz impressionano sicuramente di più, perché dimostrano che in casi particolari anche chi è cresciuto altrove sa raggiungere i livelli dei grandi giocatori americani, con ciò facendo alzare più di qualche sopracciglio anche ai più scettici conservatori.

Ma i fenomeni, a veder bene, da vent'anni a questa parte ci sono sempre stati: nel momento in cui l’indimenticato Dražen Petrović ha messo piede oltreoceano, dipingendo parabole in maglia Nets, l’accesso all’NBA per i gioiellini internazionali – soprattutto europei – è sembrato più facile, e negli anni successivi si è assistito all’ingresso nella lega di atleti fenomenali, che hanno saputo imporsi anche in America grazie a dosi di talento fuori dall’ordinario: ‘Peja’ Stojaković, Dirk Nowitzki, Pau Gasol, Tony Parker e tanti altri, fino ad arrivare ai contemporanei Giannis e Porzingis, la cui comparabilità rispetto alle stelle native non è oramai messa in discussione da nessuno, o quasi.
Chi invece non veniva minimamente considerato, fino ad una manciata di stagioni fa, erano i gregari, gli specialisti, i giocatori che tirano la carretta tutta la stagione e – perché no? – riservano qualche exploit proprio nei playoffs, magari perché poco considerati dalle difese avversarie o soprattutto in forza di una maturità cestistica che spesso i giovani esordienti ‘made in USA’ non hanno. Ecco allora spuntare i ‘soldati semplici’: il nostrano Belinelli, che da quando è sbarcato a Philadelphia sembra rinato e il cui contributo, all’interno dello spogliatoio dei giovani, rombanti e spregiudicati 76ers va ben oltre l’apporto (pur ottimo) fornito in campo; l’oramai titolare affermato Patty Mills (ricordate la bandiera dei Torres Strait Islanders, aborigeni australiani, avvolta attorno a lui dopo la vittoria del titolo del 2014?), a cui niente popò di meno che coach Pop ha affidato le chiavi degli Spurs; il silenzioso Bjelica, di fatto unica riserva utilizzata con costanza da Tom Thibodeau, e via via tanti altri, dal sorprendente Rubio, maestro dell’orchestra Jazz, fino ai solidi Baynes e Olynyk, dal figliol prodigo Sabonis ai rocciosi Gortat e Nurkić.
Sono tanti, tantissimi, e proprio ai playoffs – dove carattere e freddezza contano più di ogni altra cosa – il loro impiego potrebbe addirittura aumentare, a discapito di talentuosi e promettenti giovani prodotti delle università che magari, sbarcati da meno tempo nel mondo dei ‘pro’, possono legittimamente incontrare qualche difficoltà in più nella post season.

Accomodiamoci dunque, e godiamoci uno dei volti più belli del mondo globalizzato.
Né noi tifosi, né l’NBA sembriamo più in grado di fare a meno di questo gruppo compatto di atleti internazionali.
Un esercito di valorosi soldati semplici.

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